Se hai sentito parlare della Direttiva Case Green ma non hai ancora capito cosa cambia davvero per la tua casa, sei nel posto giusto. La normativa europea sull’efficienza energetica degli edifici – tecnicamente la Direttiva (UE) 2024/1275, nota come EPBD IV – è entrata in vigore a maggio 2024 e il termine per il recepimento nei singoli paesi è fissato al 29 maggio 2026. Eppure molti stati membri – Italia in testa – sono arrivati all’appuntamento in ritardo o addirittura a mani vuote.
Facciamo il punto su cosa prevede la direttiva, come si stanno muovendo questi quattro paesi europei e, soprattutto, cosa significa tutto questo per te e per la tua abitazione.
Cosa prevede la Direttiva Case Green
L’obiettivo di base è ambizioso: zero emissioni per l’intero parco edilizio europeo entro il 2050. Il punto di partenza è tutt’altro che incoraggiante: l’85% degli edifici europei è stato costruito prima del 2000 e il 75% di questi ha prestazioni energetiche scadenti. Il tasso annuale di ristrutturazione profonda si aggira ancora intorno all’1%, un valore del tutto insufficiente per raggiungere i traguardi fissati.
La direttiva interviene su quattro grandi aree: ristrutturazione, decarbonizzazione, digitalizzazione e finanziamento. Tradotto in misure concrete, significa:
- Una nuova scala energetica unificata A–G, valida in tutti i 27 paesi UE. La classe A corrisponde agli edifici a emissioni zero (i cosiddetti ZEB – Zero Emission Buildings), mentre la classe G identifica il 15% degli edifici con le prestazioni peggiori del parco nazionale. Ogni Stato membro dovrà allineare il proprio sistema di certificazione energetica a questo standard.
- Il Passaporto di ristrutturazione, uno strumento volontario che permette ai proprietari di pianificare gli interventi di miglioramento per gradi, con l’obiettivo di raggiungere lo standard ZEB entro il 2050. Una roadmap personalizzata per la tua casa, insomma.
- Standard minimi di prestazione (MEPS) per gli edifici non residenziali esistenti, con soglie di efficienza progressivamente più stringenti.
- Obblighi di solarizzazione tra il 2026 e il 2030, abbinati ai requisiti di infrastruttura per la ricarica dei veicoli elettrici.
- One-stop shop. Ogni Stato membro dovrà attivare sportelli integrati di consulenza tecnica e finanziaria per accompagnare i proprietari nel percorso di riqualificazione.
- Lo Smart Readiness Indicator (SRI), un indice che misura la capacità degli edifici non residenziali di interagire con le reti energetiche e adattarsi alle esigenze degli occupanti.
- L’indicatore GWP (Global Warming Potential) diventerà obbligatorio per valutare l’impatto ambientale degli edifici sull’intero ciclo di vita, a partire dal 2028 per i nuovi edifici sopra i 1.000 m².
Le scadenze più ravvicinate che riguardano direttamente i proprietari di casa sono il 2030 – con l’obbligo di ZEB per tutti i nuovi edifici e una riduzione del 16% dei consumi residenziali rispetto al 2020 – e il 2033, entro cui il 26% degli edifici non residenziali con le prestazioni peggiori dovrà essere ristrutturato.
Italia: il caso più critico d’Europa
Se c’è un paese che arriva all’appuntamento del 29 maggio 2026 in difficoltà, quello è l’Italia. Non esiste ancora un decreto di recepimento formale, non è stato consegnato il Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (PNRE) e sono già aperte due procedure di infrazione da parte della Commissione europea.
La prima è scattata a fine 2025 per il mancato rispetto del divieto di incentivi per le nuove caldaie a soli combustibili fossili, che avrebbe dovuto essere operativo dal 1° gennaio 2025. La seconda è arrivata a marzo 2026 per la mancata consegna del piano di ristrutturazione entro la scadenza di dicembre 2025.
Il quadro legislativo è un ulteriore problema: la legge di delegazione europea 2025 non include la EPBD IV tra le direttive da recepire. Tre emendamenti presentati in Parlamento per introdurre la delega sono stati respinti sia alla Camera che al Senato. Il Piano Nazionale di Ristrutturazione non compare neppure nelle relazioni programmatiche del governo.
Sul piano tecnico qualcosa si è mosso: il Decreto MASE del 28 ottobre 2025 (in vigore dal 3 giugno 2026) aggiorna le metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici. Non introduce però la nuova scala A–G europea e non costituisce recepimento della direttiva.
Il quadro del parco edilizio italiano spiega l’urgenza. Secondo la banca dati SIAPE di ENEA, circa il 70% degli edifici residenziali è classificato in classe E, F o G. La stessa situazione riguarda oltre la metà degli edifici non residenziali. Con 12 milioni di edifici residenziali in tutto, gli interventi prioritari riguarderanno i circa 5 milioni con le prestazioni peggiori – e il tasso attuale di ristrutturazione profonda rimane largamente sotto l’1% all’anno.
Germania: la legge c’è, ma arriva in ritardo (e fa discutere)
La Germania ha scelto un approccio più ambizioso rispetto alla semplice trasposizione della direttiva: il nuovo Gebäudemodernisierungsgesetz (GModG) punta a sostituire integralmente la normativa edilizia attuale (il GEG 2024), ridisegnando tutta la politica dell’efficienza energetica in chiave più “technology-neutral”.
L’iter è avanzato: il testo è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 13 maggio 2026, ma dovrà ancora passare per il voto del Bundestag e del Bundesrat. La Germania ha già comunicato ufficialmente a Bruxelles che non rispetterà la scadenza del 29 maggio e ha chiesto una proroga formale. L’entrata in vigore è attesa tra luglio e agosto 2026, con un possibile slittamento a novembre.
L’elemento più discusso del GModG è l’abolizione della cosiddetta “Heizungsgesetz”: la regola che imponeva alle nuove caldaie di funzionare almeno per il 65% con energia rinnovabile viene eliminata. Al suo posto viene introdotta la “Bio-Treppe” (scala bio): le nuove caldaie a gas, gasolio o GPL dovranno progressivamente aumentare la quota di combustibili climaticamente neutri – 10% dal 2029, fino al 60% nel 2040.
La scelta è politicamente controversa. Uno studio dell’Öko-Institut ha stimato che questa modifica comporterà circa 9,6 milioni di tonnellate di CO₂. Permangono inoltre lacune significative: il passaporto di ristrutturazione non viene introdotto come strumento formale, mancano le banche dati digitali nazionali sugli edifici, e i requisiti minimi di prestazione per gli edifici non residenziali sono stati recepiti in modo molto generico, senza soglie concrete.
Austria: un sistema solido, ma il federalismo rallenta
L’Austria affronta il recepimento con una struttura istituzionale peculiare: energia e riscaldamento rientrano principalmente nelle competenze dei singoli Länder, non del governo federale. Il che rende la trasposizione un processo multilivello, che coinvolge norme federali, ordinanze regionali e standard tecnici dell’OIB (Österreichisches Institut für Bautechnik).
Il cuore del recepimento tecnico austriaco è la revisione della OIB-Richtlinie 6, la linea guida che norma il risparmio energetico negli edifici. Dopo oltre 100 riunioni di lavoro e quasi 330 osservazioni raccolte in consultazione pubblica, il documento è in fase di finalizzazione. La revisione è stata anticipata rispetto ai piani originari (prevista inizialmente per il 2027) proprio per rispettare le scadenze EPBD. La piena applicabilità a livello regionale è prevista nella seconda metà del 2026.
Sul fronte degli incentivi, l’Austria è nettamente avanti rispetto all’Italia. Il paese dispone già di un sistema strutturato e attivo: la Sanierungsoffensive ha messo in campo 3,6 miliardi di euro tra il 2023 e il 2027 per la riqualificazione termica e la sostituzione degli impianti, mentre il programma “Raus aus Öl und Gas” ha stanziato circa 2 miliardi di euro fino al 2026 per chi abbandona il riscaldamento a combustibili fossili.
Spagna: la più virtuosa del gruppo
Nel confronto tra i quattro paesi, la Spagna si distingue nettamente in positivo. È uno dei pochi stati europei ad aver consegnato la bozza del Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (PNRE) entro la scadenza del 31 dicembre 2025, aprendo anche una consultazione pubblica sul documento.
Il recepimento normativo avviene principalmente attraverso la revisione del Código Técnico de la Edificación (CTE), con l’introduzione della nuova scala A–G per i certificati energetici, dei requisiti ZEB per i nuovi edifici, del passaporto di ristrutturazione e degli obblighi di infrastruttura per la mobilità elettrica. È in sviluppo anche un nuovo Documento Básico de Sostenibilidad che includerà il calcolo del potenziale di riscaldamento globale a ciclo di vita degli edifici.
Le sfide però restano enormi: il parco edilizio spagnolo conta circa 9 milioni di edifici, quasi l’85% dei quali è energeticamente inefficiente. Gli investimenti stimati per raggiungere gli obiettivi EPBD al 2030 ammontano a circa 39,4 miliardi di euro, il 29% dei quali di provenienza pubblica. E il coordinamento con le 17 comunità autonome rappresenta un ulteriore livello di complessità.
Cosa significa tutto questo per te
Qualunque sia la velocità con cui i governi nazionali recepiscono la direttiva, la direzione di marcia è chiarissima e irreversibile: gli edifici inefficienti costeranno sempre di più da mantenere, gli incentivi si orienteranno sempre più verso le fonti rinnovabili, e le caldaie a soli combustibili fossili sono destinate a uscire progressivamente dal mercato.
- La tua caldaia rientra nelle classi energetiche più basse?
- Hai già valutato il passaggio a una pompa di calore o a un sistema ibrido?
- Sai quali incentivi sono ancora disponibili nel 2026 per la sostituzione dell’impianto?
Le scadenze del 2030 si avvicinano velocemente. Chi agisce adesso ha ancora tempo per scegliere con calma la soluzione più adatta, accedere agli incentivi disponibili e pianificare l’intervento senza fretta.
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